Uno sguardo al passato...e al presente di Count Down (1)

 

“Il mio punto di vista … concepisce lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale” (K. Marx)

 

 

Lo stato della politica e dei ceti dirigenti

 

Dei bei tempi che furono (nell’Occidente capitalistico)

Gli apparati politico-economici (governi e organizzazioni  preposte al governo degli affari correnti e non) hanno sempre riflesso nel corso dello sviluppo capitalistico e nelle aree in cui questo ha avuto il suo pieno dispiegamento l’andamento delle fasi economiche di crescita, stagnazione e crollo in tutte le loro manifestazioni (politiche economiche, accordi internazionali, etc.) indipendentemente dal loro colore politico.

Tali apparati hanno goduto di un apprezzamento ideologico e di un sostanziale consenso presso i lavoratori negli anni del boom economico successivi al secondo dopoguerra, in quella che sul piano sociale abbiamo definito “epoca dell’integrazione” non forzata, ma spontanea, voluta e perseguita attraverso lotte di classe a ciò finalizzate; onde differenziarla da un periodo di integrazione in larga parte forzata, ma che ha prodotto comunque un comune consenso, al tempo dei regimi totalitari (nazifascismo e cosiddetto “socialismo reale”), i quali hanno potuto esprimerla a seguito della ripresa economica succeduta alla crisi del ’29,  iniziata a partire dal ’33 e giunta ai livelli del ’29 già nel ’37 per quanto riguarda PIL (a prezzi costanti) e totale degli occupati.

 

Queste fasi di integrazione si sono espresse, specie la seconda, con l’esperienza d’un welfare state più o meno diffuso a seconda dei paesi interessati, welfare state che ha visto in epoca moderna una sostanziale riduzione della lotta per l’esistenza della nostra specie secondo le forme sociali in cui ciò si è verificato col capitalismo, decisamente superiori comunque a qualunque altra espressa dalla storia precedente della nostra specie sotto altri regimi economici. Tutto ciò è stato reso possibile dalla notevole crescita economica successiva al secondo dopoguerra, che si è riflessa in una altrettanto notevole crescita del salario lordo dei lavoratori, il quale in buona sostanza, secondo le analisi fornite da diversi studiosi di impostazione economica classica, è stata quella parte del prodotto netto che quel welfare ha sostenuto.

 

Questa recente ma lontana dal lato dei “tempi storici” belle époque ha prodotto uno sviluppo economico in forma capitalistica (crescita della ricchezza prodotta, della produttività, dell’insieme delle condizioni tecniche acquisite, etc.) tale da consentire la possibilità d’un radicale cambiamento dell’insieme della vita sociale alla nostra specie, la possibilità d’un modo di produrre e gestire le risorse naturali e tecniche il cui risvolto politico potrebbe essere una forma di democrazia partecipativa - a partire dai luoghi in cui i valori d’uso e servizi vengono prodotti e distribuiti - talmente superiore da farci sorridere nel guardare i modelli di democrazia rappresentativa prodotti e teorizzati con la nascita del capitalismo e dal non farci nel contempo più a lungo desiderare tutte le nefandezze politiche, militari, sociali che questo sistema sociale nelle sue forme evolute ed in quelle neanderthaliane ha prodotto e produce

 

 

…ed invece a cosa assistiamo?

 

Della “barbarie”

Gli apparati politico-economici e le dépendances intellettuali ad essi funzionali (praticamente tutte) manifestano oramai l’unico ruolo che gli è rimasto:  quello di “autoriprodursi”. Da quando l’attuale fase dello sviluppo socio-economico è divenuto un processo di lenta e continua disintegrazione, quegli apparati sono rimasti nudi: essi debbono solo cercare di sopravvievere a se stessi. Ossia sono divenuti del tutto autoreferenziali. Essi non possono manifestamente apportare alcun miglioramento alle condizioni di vita dei lavoratori, anzi la legislazione che essi esprimono e più in generale le decisioni che prendono non fanno altro che assecondare in forma normativa la barbarie crescente, rispetto ad una fase storica recente - ma nei contenuti lontana - del tutto antitetica, specie nelle “gloriose” socialdemocrazie nordeuropee. Il modello nel vecchio Occidente delle “magnifiche sorti e progressive” diviene così ad esempio vieppiù quello di sistemi sociali (India, Cina, etc.) che sulla precarietà, la miseria ed il neoschiavismo basano al momento il loro modus vivendi, e ciò dovrebbe conferire una patente di “legittimità” a chi in loco propina questa strada come l’unico mondo possibile. Un tempo era il cosiddetto terzo e quarto mondo a copiare l’Occidente. Paesi emergenti ed in via di sviluppo facevano a gara nell’imitare lo sviluppo socio-economico che il capitalismo aveva consegnato ad una parte del pianeta. Da tempo accade il contrario, chiaro indice d’un “tramonto dell’Occidente”.

 

Gli apparati politico-economici non potendo più contare sul tipo di consenso spontaneo prodottosi ai tempi “dell’uomo ad una dimensione”, debbono trovare forme di legittimazione del tutto nuove, neppure più basate sul consenso elettorale, vieppiù declinante. E’ facile supporre che la fuga in avanti continuerà ad essere rappresentata dalla lotta a nemici fasulli della libertà, della democrazia, dei valori universali, dei diritti dell’uomo, etc., ossia da sproloqui ideologici che da un lato non abbelliscono più nulla di desiderabile nella forma in cui il capitalismo lo produsse un tempo mentre dall’altro introducono solo quotidiane pratiche criminali che fanno somigliare sempre più i rappresentanti di quegli apparati  a gangsters; e poi da avventure militari, tensioni internazionali ed emergenze locali continue e prodotte ad hoc per mantenere in piedi apparati securitari anch’essi puramente autoreferenziali. L’Occidente assomiglia sempre più ad una caserma piena di computer e puzza di piscio in cui v’è una sola regola: il caos crescente. L’anestetico di tutto ciò è la sua riproduzione/reiterazione massmediologica.

 

I salariati dal canto loro subiscono una concorrenza per il mantenimento d’una occupazione al loro interno che assomiglia sempre più ad un incubo. Lavoratori a tempo indeterminato, precari, pensionati, disoccupati, extracomunitari o comunitari extra, lavoratori in nero gli uni contro gli altri armati producono l’unico risultato di veder crescere il monte ore lavorato e la sua intensità in un sostegno alla spremitura della loro forza-lavoro rispetto al quale al capitale  non resta che stare a guardare. Così le normative contrattuali peggiorano e l’obiettivo della riduzione dell’orario di lavoro e del miglioramento delle sue condizioni sono viste come sprechi, nullafacismo, privilegi, una specie di sacrilegio. Proprio un’altra epoca!

 

I salariati d’altronde vedono loro stessi neppure più sotto la specie ideologica del citoyen, ma di coloro che senza capitale non possono vivere e proprio perché così è. La loro condizione lavorativa, e non gliene rimasta altra, è funzione della fase di stagnazione economica in corso da tempo e così ci ricordano che loro stessi sono il principale sostegno di questa formazione sociale. Nel bene e nel male sono tutto, ed il fatto che lo sappiano non conta nulla: conta quanto a lungo il sistema sociale esistenze gli consente questo gioco al massacro.

 

Delle illusioni

L’annosa e metafisica questione della soggettività rivoluzionaria, della illuminata coscienza di classe, va posta in questi termini: se diamo per scontato che un agire 'incondizionato' sia per noi ed in assoluto impossibile e da un punto di vista logico e da un punto di vista naturale e storico, la questione della soggettività è data da come, nella serie delle condizioni, l'elemento condizionato “agire umano” volto alla trasformazione radicale della società possa diventare a sua volta elemento condizionante. Dove per “condizionante” dobbiamo intendere parte d'una necessità che ne spieghi il verificarsi. Il quando è questione che non può neppure porsi, giacché anche se si colgono tendenze storiche macroeconomiche che portano a spiegare ragionevolmente e ad accentuare fenomeni in corso, la sua fisionomia nei termini di azioni di massa non è prevedibile. Il socialismo, piuttosto che la barbarie in corso, non può essere altrimenti concepito che come un sistema sociale che consente una ragionevole capacità di gestione e previsione di nuovi fenomeni sociali secondo nuove esigenze emergenti una volta che l’apparato produttivo sia effettivamente socializzato, tra queste è prevedibile vi possa essere una estensione del “tempo di lavoro” non immediatamente produttivo. Dato che la nostra specie come le altre ha nel suo DNA evolutivo il non poter protrarre su questo pianeta la propria esistenza per l’eternità, sarebbe un modo per terminare a testa alta il proprio cammino invece del modo miserevole di vita in cui è incappata circa 10000 anni fa.

 

 

Quanta “monnezza” ancora?

Tranne qualche acuta osservazione che qua e là sembra piovere dal cielo o meglio da quell’informe e indeterminato tessuto su cui sembra sorreggersi la storia nelle fasi di profondi cambiamenti - mai così indeterminato però da non caratterizzarsi a sua volta a seconda dei cambiamenti che si prefigurano - e tranne serie ed intelligenti analisi economiche provenienti da istituti di ricerca e gruppi di ricercatori che tralasciano intenti o considerazioni politiche come conditio sine qua non per poter usare decentemente il cervello sulla base degli strumenti e dati disponibili, noi sentiremo sempre ancora le litanie sulla necessità di lottare per il lavoro (salariato), la lunga sequela della messa all’indice di responsabili e responsabilità alla base della vissuta precarietà sociale che sempre più viene assunta come forma di vita, della miseria e devastazione sociale crescente su tutto il globo terracqueo, attori delle qual cose sono e saranno intellettuali, giornalisti, politici di turno, esponenti dell’establishment economico con le loro ricette da bastardi, che vorrebbero persuadere i loro simili ad abbandonarsi alle innumerevoli “condanne di morte a vita”.

Sarà una non governata globalizzazione, un mercato selvaggio o invece impedito, i politici cinici od i manager avidi, gli yankees di turno, le turbe xenofobe od i fondamentalismi, i nazionalismi revanscisti o gli speculatori, la natura umana o la mancanza di valori e democrazia, la menzogna criminale dell’eccessivo carico fiscale - in primis chiesta dai lavoratori in barba al welfare che così verrà perduto, per cui il netto guadagno diverrà una perdita centuplicata -, ma non certo che si tratta solo di epifenomeni con cui è facile prendersela, finché rappresentano un business per alcuni e l’unica ragione sufficiente per darsi una qualche spiegazione di quanto accade per tutti.

 

 

Un illuminismo fuori tempo massimo

Il richiamo alla democrazia, alla libertà, al diritto internazionale, alla dignità della persona e simili carogne morte se già possedeva l’imprimatur d’una nuova  “falsa coscienza” che accompagnava il sorgere dei rapporti di produzione capitalisti come rapporti dominanti - giacché dietro  i “diritti” si andava costituendo di fatto una nuova forma di sfruttamento economico -, oggidì questo continuo richiamo utilizzato come arma ideologica contro presunti poteri forti che condizionerebbero la vita di centinaia di milioni di lavoratori da parte degli avversari d’un presunto nuovo ordine mondiale è da un lato il riflesso  del sempre minor ruolo politico-ideologico giocato dalle belle avanguardie che furono dopo il crollo dell'URSS e poi d'una concezione assai funzionale della democrazia, consegnataci dal paradigma illuminista ed ora comunque al servizio dei peggiori crimini compiuti da coloro che quell’arma spuntata si vedono rivolta contro. La “democrazia borghese” pienamente compiuta nel corso del '900 è la forma politica pienamente svelata dell'integrazione dei lavoratori - le uniche eccezioni  nella forma politica a questa integrazione furono come detto i regimi autoritari d’Europa -, come la crisi attuale di questa forma politica è il riflesso della deintegrazione in corso.  Non si dovrebbe mai chiamare in causa lo stato della democrazia e dei diritti civili e politici connessi; andava bene ai tempi di Marx e dopo, cosa che Marx fece e teorizzò giustamente contro gli ignoranti anarchici. La fine del regime capitalista - qualunque cosa sarà - sarà la morte della democrazia e il formarsi d'una nuova 'forma politica', ossia non fondata, ad es. sull'ideologia dei diritti naturali, perché espressione d'una "nuova comunità sociale senza classi", d’una comunità di produttori associati; da questo punto di vista l'idea che i diritti vadano semplicemente estesi coerentemente a quel paradigma è del tutto errata. La democrazia borghese-illuminista è stata per certi aspetti una delle più potenti imposture teoriche che la storia abbia prodotto (=ideologia). Nelle precedenti epoche storiche il lavoro servile era lavoro servile, quello schiavistico era schiavistico, lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo veniva percepito e definito come tale  Nella democrazia illuminista (=diritti naturali), esso diventa "diritto al lavoro". Usare il discorso sulla democrazia in forma critica nel gioco della polemica politica è la fine di qualunque possibile radicale critica sociale.

 

 

La “talpa” e la “falce e martello”

Due sono i fattori che operano potentemente e definiscono lo stato del capitalismo oggi. Entrambi, come documentiamo in parte nel presente sito, sono prodotti da un forte rallentamento dell’accumulazione capitalistica, della redditività del capitale rivolta all’estensione del capitale fisso a partire dai primi anni ’70. Uno rappresenta l’aspetto di conservazione dello stato di cose esistente, l’altro ne sta erodendo dall’interno la sua struttura come una sorta di parassita o di tumore, e dunque è il fattore de facto rivoluzionario: la concorrenza agguerrita tra i lavoratori il primo, la metamorfosi speculativa del capitale il secondo.

Entrambi i fattori conseguono a quanto accennato sullo stato dell’accumulazione, alla non riproduzione espansiva del sistema, ma giocano un ruolo contrario. Il capitalismo, in assenza di investimenti produttivi, intensifica a dismisura l’utilizzo del capitale fisso e circolante esistente e spreme allo stesso modo la forza lavoro data, che si accresce vieppiù in mancanza di espansione economica e per l’affluenza di disperati proveniente da aree del pianeta che hanno subito a sua volta un più o meno veloce declino economico. La risultante è un tendere verso il basso dello standard di vita dei salariati ed una lotta continua tra loro stessi, con una frantumazione dei termini contrattuali per conservare quel poco che gli è rimasto, essendo la loro esistenza manifestamente funzione dell’ottenimento d’un salario per quanto esiguo, ossia interamente dipendente dalla possibilità di riprodurre (per quanto in forma semplice) il capitale stesso, il rapporto di produzione dal quale dipendono pur rappresentandone il solo sostegno e proprio in quanto ne sono l’unico sostegno.

Il secondo fattore, come il primo, consegue allo stato dell’accumulazione, alla sua interruzione, alla interruzione della normale circolazione del capitale. E’ lo shareholder value model, l’impiego speculativo di capitale monetario che interrompe la  normale fisiologia del capitale. Il capitale monetario creato dalla normale circolazione del capitale finalizzata all’accumulazione ed ai dividendi per gli azionisti viene risucchiato dal mercato secondario dei titoli di credito e proprietà, a cui si sono aggiunti ad un ritmo esponenziale i derivati, i quali assieme non producono profitto alcuno, ma prelevano quote di questo e più in generale di valore annuo prodotto all’interno del mercato secondario dei titoli. Ora, il capitale monetario impiegato nella speculazione non è “capitale. La normale fisiologia del sistema economico capitalistico viene in questo modo radicalmente modificata al punto da prefigurarne l’asfissia, giacché la faccenda può proseguire finché la dinamica speculativa è in grado di sottrarre le quote di reddito monetario necessarie a non trasformare l’enorme indebitamento così creatosi in una generale insolvenza. Dal singolo lavoratore ai fondi pensione alle stock options, la corsa agli investimenti finanziari è divenuta una regola ed una necessità e non siamo certo giunti ad “un nuovo sistema di produzione”, solo che il “vecchio” sta fagocitando se stesso poiché un numero sempre minore di produttori deve garantire una massa di profitti utili da investire nella dinamica speculativa.

 

 

Dello “spettro” capitalista

Non si è riflettuto abbastanza e forse affatto sul fatto che il capitalismo non ha sistemi storici ad esso analoghi. Per nessuno dei precedenti, tranne forse per un aspetto l'impero romano, vale la tesi per la quale il loro limite è rappresentato dal  loro modo di produzione stesso. Perciò è essenziale individuare la dinamica di questi limiti nel capitalismo. I precedenti modi di produzione non avevano “limiti” nel senso riferibile alle dinamiche della produzione di plusvalore nel capitalismo. Si trattava di regimi produttivi  le cui componenti erano assai slegate e sovrapposte, nella misura in cui ogni unità produttiva ed ogni tipo di produzione in parte bastava a se stessa e poteva in parte sostituirsi alle altre. La fine dei precedenti modi di produzione non rappresentò affatto l’implosione d'un sistema economico, al contrario di quanto pare accadere per il capitalismo. La fine del regime feudale  agrario, ad esempio, non assomigliò affatto ad uno sconvolgimento socio-economico, semmai ad un lento modificarsi di regimi agrari in connessione all’estendersi della produzione mercantile e poi di quella capitalistica, tranne che per alcuni spettacolari epifenomeni politici troppo enfatizzati dal lato di modificazioni economiche comunque avvenute di là dalla loro maggiore o minore spettacolarità politica. La coercizione presente nelle società pre-capitalistiche era di tipo eminentemente politico e questo era dunque il luogo in cui si esprimeva ciò che andava mutando nella variegata struttura economica.

 

 

Del “caos”

 

I ceti dirigenti stanno esprimendo  la loro incapacità ad affrontare situazioni di emergenza sociale di lungo periodo come quella in corso, giacché, nonostante l’implementazione di politiche economiche o cosiddette neoliberiste atte a rimettere in moto l’espansione economica favorendo in tutte le forme possibili (detassazione dei profitti, liberalizzazioni, privatizzazioni, outsourcing e smantellamento del welfare) l’accumulazione capitalistica o di tipo keynesiano (si veda il caso del Giappone), il risultato è stato ed è la continua reiterazione di ricette volte a peggiorare gli standard di vita un tempo raggiunti in Occidente. Da ciò si può solo inferire ragionevolmente che si assisterà ad una continua disintegrazione del sistema economico esistente e di riflesso ad una ulteriore accentuata e visibile incapacità di governare alcunché. Se i ceti dirigenti hanno dimostrato che non possono con alcuna politica economica migliorare gli standard di vita, il capitale – nei suoi vecchi e nuovi “agenti”-manifesta da lungo tempo la sua incapacità di invertire in misura consistente la tendenza al declino dei salari reali, dei servizi, delle infrastrutture, macchinari ed impianti necessari (forze produttive) a mantenere elevati gli standard qualitativi raggiunti col capitalismo e delle infrastrutture che hanno fatto il welfare, se non con una crescita insostenibile degli esborsi diretti da parte dei salariati. Questo grado di entropia sociale crescente è al momento il caos, il modo in cui il capitalismo manifesta il suo fallimento, meglio la fine della sua esistenza storica. Il sistema economico esistente sembra ormai limitarsi ad usare ed usurare sempre più quello che gli è rimasto in termini di forze produttive. Non è una crisi, ma un lento declino della sua fisiologia, la morte d’un organismo sociale.

 

10/03/08

 

 

 
 
 
Ancora sul 77? Che palle! di Ante

 

“La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi e proprio quando sembra ch’essi lavorino a trasformare se stessi e le cose, a creare ciò che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi rivoluzionaria essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli al loro servizio; ne prendono a prestito i nomi, le parole d’ordine per la battaglia, i costumi, per rappresentare sotto questo vecchio e venerabile travestimento e con queste frasi prese a prestito la nuova scena della storia” (Karl Marx, Il 18 Brumaio) 

 

Ero andato a Bologna con un gruppo di compagni del Coordinamento operaio dell’Innocenti, era una gita fuoriporta. Figurarsi sembrava che al Palazzetto dello Sport si decidessero i destini del Movimento Rivoluzionario degli anni ‘70. Leaderini senza voce arringavano una folla urlante che si accapigliava sugli spalti in una bolgia infernale, i Volsci che si schieravano a mò di testuggine romana per proteggere ed eventualmente aggredire i militanti degli altri gruppetti. Interventi senza senso, incomprensibili con un linguaggio ottocentesco abbinato agli arzigogolamenti dell’operaismo… una delle più grandi truffe dell’ideologia. Fuori, Indiani Metropolitani che sembravano dei poveri cristi appena usciti grazie alla legge Basaglia, femministe incazzate abbinate a giovani completamente rincoglioniti dai “conportamenti antagonisti” alla ReNudo, ossia erano fatti come cavalli. La Torre di Babele. Ci siamo guardati in faccia ed abbiamo capito senza dire una sola parola che era finito tutto ( non si sa cosa…). Ce ne siamo andati a Reggio Emilia a mangiare bene e siamo tornati a casa ormai convinti che bisognasse uscire da quegli ambienti pena una depressione cronica. Ormai siamo alle ricorrenze e si va avanti a commemorare periodi del passato che in realtà servono solo per rimpiangere la giovinezza come i vecchi partigiani con la resistenza. Mi spiace ma Visconte Grisi ricade in questa logica ed è necessario operare alcune critiche al suo scritto apparso su Collegamenti n° 12, “Ancora sul 77: la tendenza”, e che ha inviato al sottoscritto che non ha l’ambizione di modificare il suo punto di vista. Credo sia divenuto pressoché impossibile esprimere una valutazione controcorrente rispetto a quei tempi, ci ho provato con il mio “Romanzo delle nostre origini”[1] apparso completamente smozzicato sulla stessa rivista e soprattutto privato dei dati empirici che intendevano dimostrare inequivocabilmente le grosse cantonate prese da una parte piuttosto limitata di esponenti della mia generazione. L’articolo lo avevo scritto sia in occasione della nuova ristampa di “Operai e Capitale” di Mario Tronti per Derive ed Approdi sia come omaggio al trentennale della rivista Collegamenti, di cui ho fatto parte ai suoi albori. La “sconfitta del 77”, come la definisce Visconte Grisi, non costituiva un inizio ma era ben avviata già da qualche anno e la sconfitta dell’Innocenti ne fu la manifestazione più evidente. A partire dai primi anni ‘70 l’accumulazione subiva un continuo declino e con essa la profittabilità, come si nota nel grafico 2 del mio articolo riferito al Regno Unito (per l’Italia simili dati è impossibile procurarseli vista l’impostazione esclusivamente sociologica nell’analisi economica) tratto dall’ottimo articolo del compianto Andrew Glyn apparso sull’ultimo numero della rivista Plusvalore. Visconte scopre la dinamica speculativa dall’ottimo opuscolo di Richard Jones in cui in realtà viene criticato l’approccio sommario nell’analisi della dinamica economica tipico degli ambienti della sinistra, che possiamo affermare sono tra i più impegnati sostenitori dell’ottima salute che godrebbe il capitale. Strani questi tipi, hanno inneggiato alla crisi capitalista ed alla possibile rivoluzione proletaria proprio quando il capitalismo viveva il suo periodo migliore e adesso che all’orizzonte appaiono chiaramente i segni della sua decadenza sono li ad esaltarlo.Visconte scopre la dinamica speculativa grazie a Jones ma gli bastava consultare il sito Count Down per avere tutti gli elementi utili per un approccio all’argomento a partire dai lavori di Giussani e di altri[2]. In seguito Visconte trova addirittura delle relazioni tra lo scritto di Jones ed un intervento di un certo Caminiti che individuerebbe una relazione tra la “persistenza dell’autonomia operaia” e l’arretratezza tutta italiana dell’accumulazione. Ma direi che è una semplice impressione. Ciò che invece dovrebbe interessare il buon Visconte sono i dati relativi alla “conflittualità” (ore di sciopero) e l’andamento delle iscrizioni al sindacato[3]. Sul ruolo del PCI, direi che il togliattismo, come lo definiva Montaldi, è una espressione del leninismo (partito di lotta e di governo). Non ci si può limitare ad analizzare il ruolo del PCI solo in relazione al suo rapporto (?) con la sinistra extraparlamentare – voglio ancora una volta ricordare a Visconte che  il 99% dei lavoratori in “lotta” erano iscritti al sindacato e in parte al PCI se non al PSI e agli atri partiti istituzionali, per non parlare delle divisioni interne alla sinistra radicale che vedeva gruppetti con militanti interni al sindacato. Il ritardo nella comprensione dei fenomeni attuali è derivato in realtà dal dramma provocato dal crollo dell’ex URSS e dal conseguente crollo del mito comunista all’interno degli intellettuali- gli operai radicali, pochi,  si sono rimboccati le maniche ed hanno ripreso a lavorare regolarmente per sopravvivere se non sono stati espulsi dai luoghi di lavoro senza alcuna reazione dell’”autonomia operaia” come la intende Visconte. Sul Rifiuto del lavoro così lucidamente individuato da Tripodi stenderei un velo pietoso. Sempre dal mio Romanzo si può rilevare come la produttività del lavoro in questo paese sia aumentata del 6,2% nel periodo 1968-73, un valore vicino a quello registrato nel periodo 1952-67 in cui non era di moda il “rifiuto del lavoro” come andavano cianciando i filosofi del ‘68. Le lotte operaie di quel periodo non costituivano il motore del capitalismo caro Visconte e caro Tripodi, è lo sfruttamento del lavoro salariato che costituisce il motore del capitalismo e l’estrazione di plusvalore il motivo. Gli scioperi dell’epoca del Golden Age non erano altro che la spinta per una progressiva integrazione dei lavoratori nel modo di produzione capitalistico e niente più, con l’obiettivo di partecipare agli utili in qualche modo. Mi spiace procurare delusioni e rovinare il ricordo dei reduci che costituirà il leitmotiv del prossimo anno, ma le cose stanno così. In realtà l’ideologia dell’operaismo sembrerà strano ma era esposta dal suo fondatore proprio per giustificare il ruolo della classe operaia nello sviluppo capitalistico e non l’antagonismo. Infatti continuare a recitare la litania secondo la quale le lotte operaie spingono il capitale a fare un salto in avanti per poi rideterminare le condizioni di nuove lotte costituisce una trottola infinita che dovrebbe girare in eterno. Ma resta sempre una ideologia o una filastrocca come preferite, come la nenia di Caminiti che riporto: “L’autonomia operaia è la ‘coscienza enorme’ del lavoro di essere prodotto del modo di produzione del capitale e quindi di non potere essere se stesso altrimenti che sviluppando   al  massimo  le  sue  condizioni e di non potere al tempo stesso che esservi contro, che rifiutare se stesso, ovvero di essere contro se stesso in quanto altro da sé e per ritrovare se stesso come altro”. Ma che cosa vuol dire sto contorsionismo? In realtà quando Visconte propone come risultato “la lotta di tutti contro tutti” riproduce una tesi che da molti anni andiamo ripetendo semplicemente osservando la vita di ogni giorno, mentre Tony Negri se ne va bofonchiando ancora di antagonismo come tendenza necessaria nelle sue cagate recenti non dissimili dalle sue incomprensibili trentatrè lezioni su Lenin. Infine Visconte scopre con Tripodi che sarà il rifiuto del lavoro a determinare l’eventuale blocco del sistema capitalistico. Dove lo vedono…? In realtà assistiamo al fenomeno contrario che tende sempre più ad intensificarsi. Non si preoccupino i nostri reduci dell’autonomia, il capitalismo sta lavorando proprio per la sua distruzione e la dinamica speculativa ne è la prova più evidente. Certo, il colpo finale dovrà darlo la classe dei lavoratori ma questa è una opzione possibile, non certa e ancor meno certa e che provenga da ‘movimenti’ un tempo costituiti prevalentemente da sottoproletariato intellettuale ed oggi da segmenti di non integrati ed ‘anime belle’, magari rispettabili ma che poco hanno a che fare con un movimento di salariati che nella pratica mettano in atto tentativi di gestire in forme via via radicalmente differenti la capacità produttiva che il capitalismo ci ha consegnato, onde autoriprodurci come specie ad un livello sociale superiore, invece di estinguerci prima di quanto la stessa evoluzione naturale farà.   

gennaio 2008 

[1] Il testo integrale e quindi dignitoso è reperibile nel sito www.countdownnet.info, ma anche in altri siti che non operano certo delle censure.

[2] Modestamente ho cercato di segnalare l’aumento della produttività nel settore della finanza nel mio articolo critico dei luoghi comuni sul postfordismo “Qualche riferimento al rapporto tra Information Technology e produttività”, in Collegamenti, n° 10 e nel mio “Una debacle finanziaria causata dai derivati del credito”, in Count Down. 

[3] Vedi il grafico di fig. 4 nel mio Romanzo, nel  sito Count Down.